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Di Ruscio Medico MICI

L’ecografia: un esame diagnostico e di monitoraggio non invasivo per i pazienti M.I.C.I.

Quali sono gli esami diagnostici, di monitoraggio clinico e terapeutico nel caso delle malattie infiammatorie croniche intestinali (Rettocolite Ulcerosa e Malattia di Crohn)?

Tra le metodiche utili, sicure e non invasive nell’ambito delle M.I.C.I. c’è l’ecografia.

Il dottor Mirko Di Ruscio, del Centro IBD Negrar, ci spiega meglio in cosa consiste questo esame proficuo sia in fase diagnostica, prima di eseguire una colonscopia, oppure per rivedere l’ansa intestinale affetta da patologia, prima e dopo, l’assunzione di un farmaco.

 

Perché eseguire l’ecografia?

Si tratta di una procedura non invasiva che permette di ottenere molte informazioni sullo stato della parete intestinale e quindi utilissima sotto molti punti di vista e, fatto non meno importante, non ricorre all’uso di radiazioni.

Consente di eseguire indagini accurate proprio nei tratti dell’intestino che sono interessati dalla infiammazioni croniche tipiche della Malattia di Crohn e della Rettocolite Ulcerosa.

L’ecografia è una metodica semplice, ripetibileeconomica e non invasiva che consente di studiare la parte dell’intestino compreso tra lo stomaco ed il colon, con particolare attenzione alle anse intestinali e all’ileo terminale, ultima ansa del piccolo intestino, eventualmente interessata da malattia infiammatoria cronica.

Quando può essere eseguita?

Il suo ruolo, come l’endoscopia, può essere diagnostico, di monitoraggio clinico e terapeutico.

È un esame semplice e indolore che si avvale di una sonda di dimensioni ridotte che non va in profondità, ma offre una visione più superficiale e permette di vedere le pareti dell’intestino, consentendo di studiare gli ispessimenti della parete intestinale che possono verificarsi in seguito a infiammazione o a infezione come nelle gastroenteriti, ma anche ciò che sta accanto all’intestino, come linfonodi o liquido addominale, nonché la motilità.
Questo esame consente di seguire tutte le pareti del colon e vedere cosa è contenuto nel colon stesso, come gas o feci.

Come viene impiegata nella malattia di Crohn?

Nella malattia di Crohn può essere impiegata anche per valutare eventuali complicanze perianali, come le fistole, in questo caso si parla di ecografia trans-perianale.

L’esame dura in genere 15-20 minuti, a meno che non ci sia l’indicazione di somministrare al paziente due bicchieri di acqua miscelata con Macrogol, stesso principio della preparazione intestinale. Questo serve a distendere le anse intestinali e studiare con la sonda ecografica l’addome del paziente con passaggi ogni 20 minuti circa, finché il preparato non arriva al colon. In questo modo si visualizzano le anse intestinali ed in particolare l’ileo terminale.

Come prepararsi all’ecografia?

In genere è previsto un digiuno di almeno 3-6 ore antecedenti l’esame. Non è necessario sospendere alcun tipo di farmaco, che può essere assunto con un po’ d’acqua.

Occorre tuttavia ricordare che l’esame non sostituisce la colonscopia, unico esame diagnostico ed eventualmente terapeutico per lo studio del colon.

L’ecografia dell’addome con studio delle anse non è inoltre indicata nel caso si sospetti la presenza di polipi: se molto piccoli, non sono infatti visibili dallo strumento. In questo caso l‘esame indicato resta la colonscopia.

Se hai bisogno di avere ulteriori informazioni contattaci e se vuoi fissare un appuntamento con uno dei nostri medici specializzati, scrivici a:

segreteria.procto@sacrocuore.it 

oppure chiamaci al numero 045 6013720.

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mirko di ruscio diagnostica ibd unit negrar

Diagnostica: il primo passo è la misurazione della calprotectina fecale

L’IBD Unit di Negrar è specializzata nel trattamento e nella cura delle malattie croniche dell’intestino: Malattia di Crohn e Rettocolite ulcerosa. Anche nelle forme più acute e complesse.

In prima battuta il Centro si occupa della diagnostica, che è uno step di primaria importanza nell’individuazione delle M.I.C.I. (Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali) per poter poter impostare un percorso terapeutico adeguato fin da subito.

Il dottor Mirko Di Ruscio, medico consulente presso l’IRCCS Sacro Cuore-Don Calabria all’interno del Centro delle Malattie retto-intestinali, spiega le caratteristiche di un esame di laboratorio molto importante nella pratica quotidiana per la gestione della malattie infiammatorie croniche intestinali, ossia la calprotectina fecale.

Si tratta di un esame delle feci che consente di individuare un’infiammazione dell’intestino di tipo cronico senza essere invasivo, distinguendola da altre manifestazioni come, ad esempio, la sindrome dell’intestino irritabile.
Inoltre questo esame ha una capacità superiore di rilevare le infiammazioni rispetto ad altri esami.

Da qui l’importanza della sua esecuzione.

Calprotectina fecale: cos’è e perché è importante

La calprotectina fecale è una proteina normalmente contenuta all’interno delle feci (in cellule come i granulociti neutrofili o i monociti-macrofagi).

Durante lo svolgimento delle loro funzioni difensive, queste cellule sono in grado di scatenare la risposta infiammatoria nei confronti di agenti patogeni. In presenza di un’infiammazione nel tratto gastrointestinale, i globuli bianchi migrano verso di esso e rilasciano la proteina, la cui concentrazione nelle feci aumenta di conseguenza.

Per tale motivo, il dosaggio fecale della calprotectina può essere utilizzato come marcatore (indicatore) non invasivo di infiammazione nelle malattie infiammatorie croniche intestinali

La calprotectina fecale consente di:

  • distinguere le patologie flogistiche (infiammatorie) da quelle su base funzionale, come la sindrome dell’intestino irritabile;
  • evidenziare stati infiammatori anche lievi o precoci da non essere sufficienti a modificare i valori di altri marcatori di infiammazione come VES o PCR;
  • monitorare la progressione della infiammazione nella malattia già nota e la risposta ad un trattamento medico in maniera non invasiva.

Come avviene l’esame

Il dosaggio della calprotectina fecale viene eseguito su un piccolo quantitativo di feci, raccolto in un apposito contenitore pulito, e termostabile (in grado di mantenere costante la temperatura) fino a sette giorni a temperatura ambiente. Non è richiesto il digiuno.

Per determinare correttamente lo stato dell’infiammazione e la correlazione con il quadro clinico riportato, sono spesso necessari ulteriori accertamenti, come la colonscopia o le indagini radiologiche di cui parleremo più avanti.

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giuliano barugola ibd negrar

La Rettocolite Ulcerosa e la chirurgia

Giuliano Barugola, chirurgo dell’Ospedale di Negrar lavora quotidianamente in sinergia col team dell’IBD UnitÈ recentemente rientrato da un semestre trascorso al St Mark’s Hospital di Londra (Regno Unito) dove ha potuto misurarsi con l’eccellenza mondiale nel campo della chirurgia colorettale. Il dottor  Barugola (nella fotografia ritratto con il collega Janindra Warusavitarne del St Mark’s Hospital) ci parla oggi del ruolo della chirurgia nei pazienti affetti da Rettocolite Ulcerosa (RCU).

Parliamo di una chirurgia spesso complicata sia tecnicamente sia per le condizioni cliniche dei pazienti che la richiedono. Una chirurgia che prevede non solo tecnica, serve anche una grande consapevolezza ed una motivazione condivisa tra paziente e curante.

Quando ricorrere alla chirurgia?

Premettiamo che i pazienti affetti da RCU necessitano di chirurgia nel 20% dei casi.
Si ricorre per lo più alla chirurgia in condizione di elezione, cioè quando il paziente o per fallimento delle terapie mediche o per comparsa di rischio neoplastico (presenza di displasia) deve essere operato, ma è nelle condizioni cliniche di poter programmare l’intervento.
In una minor percentuale dei casi l’intervento diventa urgente: ciò avviene in caso di complicanze acute della malattia intestinale che mettono a rischio la sopravvivenza del paziente.

In elezione, quando si ricorre all’intervento?

L’indicazione elettiva alla chirurgia è rappresentata dai casi che non riescono a migliorare con la terapia medica, dopo che tutte le alternative conservative sono state considerate.
Altro caso di intervento in elezione è quello per pazienti seguiti nel tempo con colonscopie e biopsie ripetute e che sviluppano delle lesioni precancerose.

Invece quando si interviene in urgenza?

La chirurgia è indicata in regime di urgenza per i pazienti che hanno complicanze potenzialmente letali come un’emorragia massiva, una perforazione intestinale o, condizione estrema, il megacolon tossico nel quale una importante distensione del colon si accompagna a gravi sintomi sistemici.
In questo caso il chirurgo deve conoscere dall’inizio il paziente ed essere pronto dopo 72 ore di trattamento medico intensivo ad un intervento d’urgenza se non migliora pena il rischio di morte.

Le tecniche, per semplificare, che potremmo definire “tradizionali” quali sono?

Il trattamento chirurgico dei pazienti con rettocolite ulcerosa deve essere affidato a chirurghi specialisti che hanno completato un training specifico in chirurgia colo-rettale: solo in questo modo il chirurgo può offrire al paziente le soluzioni più personalizzate.
Sintetizzando gli interventi eseguibili in RCU sono:

Proctocolectomia totale:  l’asportazione di tutto il colon compreso il retto rappresenta la cura definitiva della malattia e prevede la creazione di una ileostomia terminale secondo Brooke (abboccando l’estremità dell’intestino tenue rimanente alla parete addominale) e l’utilizzo a vita di una sacca applicata sulla parete addominale per raccogliere le feci.

Ileo-pouch anastomosi: è il naturale completamento del percorso di cura in pazienti selezionati, finalizzata a migliorare la qualità di vita con la ripresa dell’evacuazione per via anale eliminando la necessità di avere una stomia. Rappresenta una soluzione chirurgica tecnicamente complessa ma ottimale quando condivisa e ben discussa con il paziente 

Colectomia sub-totale con ileo-retto anastomosi: in questo caso l’intestino tenue può essere quindi ricollegato al retto e può essere così preservata la continenza del paziente. Il moncone rettale può essere così trattato con terapie locali nei periodi di esacerbazione della malattia. In questo modo si evita una ileostomia o la complessa costruzione di una pouch ma i rischi di proctite (infiammazione del moncone rettale residuo), di aumentata frequenza della defecazione, di urgenza, e di cancro della porzione di retto mantenuto rimangono. Opzione da ricercare in casi ultra selezionati.

Quindi la cosidetta “pouch”. Prima di entrare nel merito, quali considerazioni preliminari è bene fare?

È bene ricordare che si tratta di un intervento sofisticato che presuppone una forte motivazione da parte del paziente che deve essere informato e consapevole.
È un percorso chirurgico che può avere ottimi esiti ma che vanno spiegati. In caso di successo, il paziente risolve la malattia, ma avrà la necessità di scaricare circa dalle 3 alle 7 volte al giorno ma in modo del tutto naturale e senza una logorante patologia sottostante.

Quando si può ricorrere a questo tipo di intervento?

È un intervento che si può intraprendere quando la funzione sfinterica è conservata e adeguata. La ricanalizzazione è ottenuta confezionando un reservoir ileale, detta tasca, una sorta di serbatoio della lunghezza di 12-15 centimetri costituito dalla duplicazione dell’ultima ansa ileale che successivamente viene anastomizzata al canale anale.

Perché ricorrere a questa tecnica?

È doveroso ricordare che questo intervento ha come fine ultimo il miglioramento della qualità della vita del paziente non la cura della patologia che è già stata ottenuta con la proctocolectomia.

Il problema del paziente è quindi risolvibile anche con la stomia, ma l’impatto sulla vita del paziente è ben diverso. Non bisogna mai dimenticare la premessa fatta precedentemente: il paziente deve essere motivato, informato e consapevole.

Cosa si deve necessariamente sapere prima di prendere anche solo in considerazione questo tipo di intervento?

Il primo aspetto è che per ottenere un risultato apprezzabile e il miglioramento della qualità della vita del paziente, si devono evitare le complicanze. Ciò avviene quando l’asportazione del retto e la dissezione della pelvi sono effettuate nella maniera minor invasiva possibile.

Si deve tenere conto anche che ci possono essere delle complicanze nel lungo periodo: la più importante è rappresentata dalla cosiddetta pouchite (dolore e perdite ematiche dall’ano) che si verifica nel 9-34% dei pazienti lungo la sua vita. Non si conoscono le cause ma si ritiene che le stesse complicanze chirurgiche ne possano esser causa nel lungo periodo. Per questo la chirurgia per essere efficace deve essere priva di complicanze.

C’è la possibilità del fallimento di questa terapia chirurgica?

Purtroppo sì, nei casi più gravi di pouchite si può rendere necessario l’asportazione della pouch ed il ritorno quindi alla presenza dello stoma.

Quindi in conclusione viene normale chiedersi: ma ne vale la pena?

Ogni alternativa ha vantaggi e svantaggi, che devono essere considerati prima di scegliere l’alternativa che gli consenta di perseguire la massima qualità di vita.
Bisogna però ricordare che la chirurgia è l’unica terapia curativa e, se viene eseguita in centri di riferimento specializzati permette un rapido recupero e il ripristino di una qualità di vita soddisfacente.

La chirurgia permette inoltre di eliminare la necessità di assunzione cronica di farmaci e di eliminare il rischio di degenerazione neoplastica.
La chirurgia moderna mininvasiva dovrebbe quindi essere considerata uno strumento a disposizione dei medici da offrire non in alternativa ma di concerto con le terapie mediche.

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Silvia Resemini data manager IBD Unit Negrar

Farmaci Sperimentali, nuove frontiere nella cura delle M.I.C.I.

Percorsi terapeutici sperimentali nella cura della Malattia di Crohn e Rettocolite Ulcerosa, vengono citati sempre più spesso come alternativa alle cure tradizionali, ma per poter capire se si è idonei a questo percorso e per essere seguiti in maniera adeguata, c’è bisogno di un centro specializzato.

IBD Unit di Negrar (Verona), ha intrapreso con grande impegno la via dei farmaci sperimentali per pazienti complessi, ovvero per coloro che nella cura della Malattia di Crohn e della Rettocolite Ulcerosa, non hanno trovato beneficio, bensì si sono dimostrati resistenti al percorso terapeutico classico.

Con la dott.sa Silvia Resimini, Data Manager del team dell’IBD Negrar, ovvero  responsabile della gestione degli studi clinici, della parte burocratica (validazioni, procedure e protocolli) e dello studio dei dati nel campo della della sperimentazione dei farmaci e nella somministrazione delle terapie, vediamo quali sono i criteri di inclusione con i quali è possibile essere ammessi a questi percorsi terapeutici e come è possibile accedervi.

Che servizio offre in quanto farmaci sperimentali l’IBD Unit di Negrar?

“Presso il nostro centro c’è la possibilità di accedere ad alcuni farmaci che al momento non esistono in commercio, perché sono in fase di sperimentazione.

Il paziente che intraprende questo iter deve sapere fin da subito che non si tratta di un percorso semplice, poiché ci sono tempistiche da rispettare e procedure da seguire sia per tenere monitorato il paziente, sia per avere un controllo a trecentosessanta gradi sulla sua situazione e sulla sua patologia.

Proprio per questo motivo e per la necessità di un monitoraggio costante, è possibile dotare il paziente di alcuni appositi dispositivi che ad esempio tramite cellulari e tablet sono in grado di tenere sotto controllo la situazione e lo stato di salute del paziente in tempo reale. Tali dispositivi presuppongono che il paziente stesso sia in grado di gestirli e adoperarli correttamente.

Ovviamente sia la sottoscritta che tutto lo staff è a disposizione per chiarimenti, consigli e per fornire un training in modo da spiegarne le modalità di utilizzo e per aiutare ad imparare, passo dopo passo, le corrette procedure. Il nostro obiettivo è far sì che le procedure si svolgano al meglio.

Si tratta comunque di un panorama terapeutico innovativo a cui è necessario accedere in modo sinergico paziente-medico con tutte le cautele del caso. A questo proposito, è doveroso ricordare che, in ogni momento, il paziente che per suoi motivi o necessità decida di interrompere la sperimentazione lo può fare liberamente”.

Quali sono i pazienti che possono accedere ai farmaci sperimentali?

“I pazienti che possono accedere a queste sperimentazioni sono dei pazienti particolari, sono sperimentazioni in cui si valutano criteri stringenti e molto selettivi.

È previsto un periodo di screening durante il quale il soggetto viene sottoposto a diverse procedure attraverso cui si valuta se il paziente sia o meno candidabile alla sperimentazione.

Quali sono le tempistiche per accedervi?

“Le tempistiche per la valutazione variano dalle 4 alle 6 settimane, a seconda dello studio sperimentale, periodo nel quale si chiede al paziente molta disponibilità ed elasticità nell’accettare le richieste e le disposizioni che vengono date, come ad esempio portare campioni fecali, sottoporsi a prelievi del sangue e accettare tutte le procedure necessarie per la valutazione del suo stato in relazione alla patologia, senza le quali non è possibile avanzare nell’iter sperimentale.

Se dopo le 4 o 6 settimane il paziente non dovesse rispondere al farmaco è possibile avere una seconda fase di induzione dello stessa durata, al termine della quale se il paziente risponde alle terapie potrà accedere ad una ulteriore fase che è detta di mantenimento.

Si tratta di un ciclo che dura circa un anno, in cui viene somministrato il farmaco in una frequenza più diluita per aumentare la qualità della vita del paziente e non costringerlo a recarsi al centro ogni due o quattro settimane.

Al termine della fase di mantenimento alcuni studi prevedono una fase di estensione, il cui scopo è quello di mantenere coperto il paziente fino alla commercializzazione del farmaco”. 

Se hai bisogno di avere ulteriori spiegazioni contattaci e se vuoi fissare un appuntamento con uno dei nostri medici specializzati, scrivici a segreteria.procto@sacrocuore.it o chiamaci al numero 045 6013720.

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morbo di crohn cos'è

La Malattia di Crohn: guida per il paziente

Malattia (o morbo) di Crohn, sono molte le domande che vengono rivolte quotidianamente su questa malattia infiammatoria cronica intestinale dai nostri pazienti: quali sono le cause scatenanti? Quali le conseguenze? Com’è possibile fare una diagnosi certa e quali sono gli esami da eseguire? E ancora quali cure esistono oggi per il morbo di Crohn? Quanto si vive e quale dieta è necessario fare per conviverci meglio?

Vorremmo in questa sede rispondere in maniera concreta a queste domande, essendo la nostra unità operativa IBD Negrar un centro specializzato tra i più preparati nel trattamento e nella cura delle malattie infiammatorie croniche intestinali (Morbo di Crohn e la Rettocolite Ulcerosa, dette M.I.C.I secondo l’acronimo italiano o IBD, Inflammtory Bowel Disease, secondo quello inglese). Il nostro approccio è di tipo multidisciplinare e analizziamo la malattia di Crohn tenendo in considerazione la sua complessità in riferimento alla sintomatologia del paziente.

Malattia di Crohn: che cos’è e quando si manifesta

La Malattia di Crohn è una patologia cronica che si manifesta prevalentemente in due periodi distinti della vita di una persona: nelle prime decadi di vita o nell’età anziana. Si tratta di un’infiammazione cronica che può interessare tutto l’intestino dalla bocca sino al retto.

I tratti intestinali colpiti con più frequenza sono l’ultima parte dell’intestino tenue (ileo) e il colon. Si presenta con infiammazioni, ulcere e lesioni su tutto lo spessore della parete intestinale e può generare fistole e ascessi nella regione perianale.

È caratterizzata da fasi di riacutizzazione e fasi di remissione.

Le cause

Le cause della malattia di Crohn restano ancora sconosciute. Una probabile causa potrebbe essere un malfunzionamento del sistema immunitario. Anche l’ereditarietà potrebbe giocare un ruolo non secondario nell’insorgere della malattia, benché non ci sia una correlazione certa (ereditarietà vera e propria), esiste, però, una familiarità con la patologia.

I sintomi

La diagnosi della Malattia di Crohn è complessa. Si tratta di una malattia subdola, perché è assente una sintomatologia chiara.

Vi è infatti una tendenza a chiusure dell’intestinali (stenosi) di tipo infiammatorio che possono dar vita a quadri di addominalgia (dolori addominali) facilmente confondibili però con la sintomatologia tipica della Sindrome del Colon Irritabile.

Altri sintomi che possono ricondurre al morbo di Crohn sono: dolore rettale, addominale e crampi; diarrea talvolta con sangue e muco, urgenza di defecare o impossibilità di defecare nonostante lo stimolo; perdita di peso; affaticamento; infiammazione degli occhi e delle mucose della bocca; complicanze che interessano la pelle.

Diagnosi

È indispensabile rivolgersi al medico di base, il quale prescriverà esami del sangue e delle feci, procedendo a indagare le cause dei sintomi comunicati dal paziente.

Dove si sospetti la presenza del Morbo di Crohn, già questi due semplici esami possono dare un orientamento alla diagnosi. In seguito si dovrà procedere con una visita specialistica e una serie di esami approfonditi per determinare una diagnosi corretta.

Diagnosi precoce

Una diagnosi precoce dà vita ad una terapia tempestiva che può cambiare la storia naturale clinica di un paziente. È di primaria importanza quindi consultare un medico specialista per poter escludere la presenza di questo tipo di patologia o di sancirne la presenza. Avendo diversi punti di contatto con altre malattie di minor impatto e non croniche (Sindrome del Colon Irritabile), è importante eseguire una diagnosi per esclusione.

Esami

Non esiste un esame specifico per identificare la malattia di Crohn bensì una serie di operazioni diagnostiche che sotto prescrizione medica devono essere eseguite per verificare la presenza della malattia. Si tratta di:

  • ileocolonscopia
  • enterorisonanza magnetica
  • ecografia intestinale

Le terapie

Ad oggi le terapie che vengono somministrate per il Morbo di Crohn consistono nella prescrizione e assunzione di:

  • Antinfiammatori non steroidei
  • Cortisonici
  • Immunosoppressori
  • Farmaci biotecnologici
  • in ultima istanza l’intervento chirurgico

Negli ultimi anni la terapia medica ha visto l’utilizzo crescente di diverse classi di farmaci, tra questi i farmaci biologici sperimentali, che vengono somministrati a pazienti complessi e multiresistenti alla terapia ordinaria.
Si tratta di famaci che devono essere assunti solo ed esclusivamente con stretto controllo dei medici e dei centri di riferimento e per i quali la nostra unità operativa ha già da tempo individuato protocolli.

Conseguenze

La Malattia di Crohn causa infiammazioni e ulcere intestinali che se non vengono opportunamente curate possono comportare il restringimento di alcuni tratti intestinali, detti stenosi. Questi restringimenti possono aggravarsi in un’ostruzione parziale o totale del tratto intestinale provocando nausea e vomito.

Possono anche approfondirsi fino a creare delle fistole “bucando” l’intestino. In alcuni casi è necessario ricorrere all’intervento chirurgico, ma la maggior parte dei pazienti con un percorso terapeutico monitorato e i controlli necessari possono tenere a bada la patologia.

Possono insorgere anche complicanze extraintestinali a livello della cute e delle articolazioni, tra le manifestazioni può esserci rigidità della colonna e dolori lombari, ma anche lesioni oculari e alcune malattie del fegato e delle vie biliari.

Cosa mangiare

Per quanto riguarda l’alimentazione del paziente affetto da Malattia di Crohn non ci sono particolari alimenti da evitare o diete da seguire, a meno che non ci si trovi in fasi di malattia attiva (diarrea).

In questo caso è necessario limitare l’apporto di fibre e legumi e aumentare l’assunzione di acqua. Nei casi in cui la malattia interessi un tratto intestinale esteso è necessario aumentare l’assunzione di minerali come calcio, ferro, e magnesio e assumere vitamine sotto controllo medico.

L’approccio multidisciplinare: affrontiamo la malattia in tutti gli aspetti

Noi del Centro IBD Negrar consci delle numerose manifestazioni della malattia e consapevoli delle difficoltà del nostro paziente nel convivere con una patologia cronica che può causare problematiche a vari livelli, fino a diventare invalidante, abbiamo scelto di utilizzare un  approccio multidisciplinare sia nella fase di diagnosi che nel percorso terapeutico.

Si tratta di uno dei caratteri distintivi della nostra unità operativa perché la Malattia di Crohn può interessare anche alcuni aspetti delle aree extra-digestive, quali: gli occhi, le articolazioni, la schiena e, generare problemi reumatologici. Non ultimi gli aspetti psicologici.

Il nostro approccio consente quindi di individuare e curare anche le complicanze che la malattia  di Crohn può causare ad altri organi e parti del corpo e di tenere sotto controllo il paziente nella sua integrità.

Se vuoi saperne di più siamo disponibili a spiegarti meglio il nostro approccio e a valutare il tuo stato sintomatologico per individuare e valutare assieme un percorso terapeutico.

Per questo se vuoi avere maggiori informazioni, o fissare un appuntamento con noi, mettiti in contatto con la nostra segreteria al numero 045 6013720 o se preferisci scrivici a segreteria.procto@sacrocuore.it

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